L’area archeologica di Sant’Anastasia, la fonte sacra che cura tutti i mali

L’antico culto dell’acqua che rivive ogni giorno a Sardara, con l’intercessione della martire romana

pubblicato il 10/04/2021 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
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Valentina Piras

Sardara è un piccolo comune della provincia del sud Sardegna, nella sub regione chiamata Monreale, molto noto, fin dall’antichità, soprattutto come centro termale ed a grande vocazione agricola.

Un binomio questo di Sardara e dell’acqua che risulta tutt’ora inscindibile sia per la spiccata vocazione turistica termale del paese sia per la presenza, unico esempio nell’isola a trovarsi all’interno del centro abitato, di un antico santuario pre nuragico unico nel suo genere.

Il Santuario di Sant’Anastasia infatti è caratterizzato da uno spettacolare pozzo sacro dedicato all’antico culto delle acque, risalente alla tarda età del Bronzo, databile tra il XIII e il XII secolo a.C.

Realizzato in blocchi di basalto e calcare, presenta un atrio con sedili, in parte lastricato, e con una scala di accesso costituita da 12 gradini che introduce in un corridoio coperto a piattabanda (ossia le pietre che costituiscono l’architrave) che degrada in profondità, aprendosi in una camera circolare, a Tholos, con un diametro di circa 3 metri per 5 di altezza, cui si accede con un salto di circa 1 metro dall’ultimo gradino.

L’acqua del pozzo viene attinta da una vena sorgiva poco distante, fonte nota a tutti come Sa Mitzixedda, e convogliata tramite un cunicolo lungo circa 6 metri, che sgorga da un’apertura alla base della camera del pozzo stesso, di fronte alla scala di accesso.

Il pozzo tuttavia sorge in un’area archeologia più vasta, con probabilmente ben quattro pozzi, e numerose capanne ad uso civile e religioso ancora in fase di studio e scavo.

Degno di particolare nota inoltre è inoltre un grande recinto curvilineo, probabilmente un’area destinata alla comunità per i momenti di incontro o festeggiamenti molto simile a quello che si trova al santuario di Serri.

L’antico villaggio, notevolmente ampliato e cresciuto nel corso dei secoli, si presuppone fosse molto ampio sebbene ormai internamente ricoperto dall’attuale abitato di Sardara.

Particolare curioso è il nome con il quale tale pozzo sacro è noto ai sardaresi: Sa Funtana de is dolus, la fonte dei dolori perché quest’acqua era ritenuta benefica e salutare, tanto da riuscire a curare tutti i malanni.

L’intera area è stata riutilizzata, come consuetudine nel tempo, con analoga funzione sacra anche nei secoli successivi tanto che vi sorge la chiesa di epoca romana dedicata appunto a Sant’Anastasia, datata XV secolo d.C. sebbene un primo impianto sia databile fin dal 500 d.C. quando Roma ed il suo impero si dirigevano verso il declino, e mezza Europa era sconvolta dalle incursioni e dalle invasioni dei Barbari.

La chiesa è dedicata ad Anastasia, donna romana martirizzata intorno al 300 d.C. durante le campagne di persecuzione contro i cristiani volute dall’imperatore Diocleziano, ed era particolarmente invocata per sciogliere da malefici, per curare da gravi malattie fisiche e psichiche, in caso di avvelenamenti e come protettrice delle gravide e partorienti. Viene infatti spesso rappresentata nell’iconografia sacra con in mano un vaso ricolmo di medicamenti o con un libro.